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L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI di Nuri Bilge Ceylan

l-albero-dei-frutti-selvaticiSinan torna nel suo paese d’origine dopo essersi laureato. Grande appassionato di letteratura, vuole superare l’esame per l’abilitazione all’insegnamento, ma soprattutto vorrebbe pubblicare un libro che ha appena finito di scrivere [Ahlat Agaci: Il pero selvatico].

Non si tratta di un libro “turistico” quindi incontra molte difficoltà e tanti rifiuti nella ricerca di un finanziamento. Inoltre, il ritorno a casa non gli rende le cose affatto facili: la madre sembra distante e appassita; la sorella è la tipica adolescente irascibile, sempre alle prese coi compiti e che vive in un mondo a parte; il padre, insegnante di scuola, si è indebitato col gioco d’azzardo e vuole a tutti i costi scavare un pozzo per trovare dell’acqua che, a detta dei contadini, da quel terreno non uscirà mai.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018, dove Ceylan si era aggiudicato la Palma d’Oro con Il regno d’inverno – Winter Sleep [2014], in superficie può sembrare soltanto un film sul rapporto padre figlio, sulla difficoltà di comunicazione intergenerazionale o su un paese come la Turchia, in cui si passa troppo facilmente da essere laureati in letteratura a imbracciare un manganello e uno scudo antisommossa. In realtà, oltre questi strati primari si nasconde il racconto di un mondo in cui ogni cosa sembra essere destinata al conflitto, allo scontro, alla sconfitta.

Il film è pieno di dialoghi lungissimi in cui, anche per colpa dell’atteggiamento scontroso di Sinan, i discorsi sembrano destinati a finire su un terreno di guerra. Non c’è un dialogo in tutto in film che non finisca in maniera negativa o che non faccia emergere il lato oscuro di un uomo o di un argomento trattato. Quello che viene messo in scena è un mondo costruito su un equilibrio troppo precario per poter durare a lungo, sull’impossibilità che le cose possano avere un lieto fine.

Ma non è un mondo in cui manca la bellezza.

Durante le tre ore e dieci di durata ci sono molte sequenze in cui Ceylan regala momenti in cui la realtà sembra trascendere per trasformarsi in qualcosa di magico, poetico, sovrannaturale [primo tra tutti quello con la ragazza all’ombra di un albero] e allo stesso tempo ce ne sono molti altri che hanno più a che fare con il mondo onirico e che si intersecano perfettamente con il mondo tangibile. I momenti magici e quelli onirici si somigliano molto, per come sono girati e per l’atmosfera che trasmettono, e sembrano essere la proporzione di vita equivalente all’ora d’aria di un’umanità rinchiusa in un carcere.

“La vita: sembra tutto così vicino e invece è tutto lontano” dice uno dei personaggi. Il film sembra concordare con questa affermazione. Infatti i percorsi di tutti i personaggi si chiudono non molto lontano dal loro punto di partenza. Forse siamo solo dei viaggiatori senza bussola in un bosco che non conosciamo, pensiamo di saperla più lunga degli altri ma in realtà continuiamo a girare in tondo. O forse siamo solo degli uomini cocciuti che vogliono continuare a scavare un pozzo che non darà neanche una goccia d’acqua.

Egidio Matinata

L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI

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Regia: Nuri Bilge Ceylan

Con: Serkan Keskin, Dogu Demirkol, Ahmet Rifat Sungar, Murat Cemcir, Akin Aksu

Uscita in sala in Italia: giovedì 27 settembre 2018

Sceneggiatura: Ebru Ceylan, Akin Aksu, Nuri Bilge Ceylan

Produzione: Memento Films Production, Detailfilm, RFF International

Distribuzione: Parthénos

Anno: 2018

Durata: 188’

InGenere Cinema

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