Dopo aver assistito alla proiezione dell’Angelus di Lech Majewski, lo scrittore e critico d’arte Michael Francis Gibson decise di fargli recapitare un suo libro [The Mill and the Cross], in cui analizzava il dipinto La salita del Calvario [1564] di Pieter Bruegel. Dopo aver letto attentamente il volume, Majewski volle entrare in contatto con l’autore per proporgli di collaborare, nel ruolo di co-sceneggiatore, ad un folle impresa filmica: realizzare una perfetta trasposizione cinematografica del lavoro del pittore fiammingo.
Un lavoro lento e certosino che ha legato a filo doppio il regista Majewski a Bruegel per tre anni, per arrivare ad ottenere, attraverso l’utilizzo della computer grafica alternata ai set selezionati, il fine inseguito: riuscire a portare lo spettatore all’interno de La salita del Calvario, e fargli vivere attivamente un’opera pittorica. Majewski coordina un fine lavoro di cucitura [sospeso tra la video-arte e il teatro] di tecniche differenti come il blue-screen, l’utilizzo grafico di un fondale pittorico in 2D da lui stesso dipinto, e l’alternanza di pochi set reali.
La distanza che si crea tra il film e lo spettatore, inizialmente proprio dovuta alla “diversità” della materia osservata, va via via affievolendosi: è un falso a cui ci si abitua presto.
Interpretato da Rutger Hauer [Dracula 3D, 2012], Bruegel è speso ritratto mentre studia i modelli per la sua opera pittorica, e ne descrive identità, significati e simbologie.
In maniera meta-cinematografica, Hauer, osservando il meticoloso lavoro di un ragno, dichiara l’obiettivo comune di Bruegel e Majewski: tessere la sua tela, sperando di catturare l’occhio dello spettatore.
Proposito che I colori della passione rincorre senza sosta, imprigionando l’attenzione emotiva dello spettatore attraverso scene corali, su fondali dipinti, simili a tableaux vivant, o seguendo, nel religioso silenzio che regna per la maggior parte del film, il comporsi dei vari momenti di vita quotidiana del 1500, come fossero i piccoli personaggi di un enorme presepe vivente.
I colori della passione arriva ad avere, per certi versi, la forza visivo-emotiva di film totali, come il Cuore di vetro [1976] di Werner Herzog, con cui condivide una drammaturgia costruita con importanti silenzi, colori e personaggi sospesi tra l’icona e l’individuo. In questa direzione sembrano spingere le scene ambientate nel mulino a vento costruito sull’altura rocciosa, con l’eterno salire del mugnaio sulle scale interne, per raggiungere le pale.
Ma Majewski, come Bruegel, pone l’accento su un tema essenziale del lavoro pittorico che si distingue da altre importanti visioni della salita del Cristo al Golgota, nell’importante fatto di non aver inquadrato in primo piano il redentore che, pur occupando il centro dell’opera, rimane a viso coperto, mentre cade a terra sotto il peso della croce, e intorno a lui, distratti dalla routine della propria quotidianità, nessuno pare accorgersene. Sempre tenendo presente questa scelta del pittore fiammingo, Majewski non mostra mai l’identità del Cristo, pur seguendone gli ultimi momenti della prigionia, mentre regala importanza filmica ai due ladri.
Ancora seguendo il lavoro pittorico, Majewski arriva a costituire un terzo livello di lettura per I colori della passione e, dopo una parte simbolica e una filosofica, inserisce chiari spunti narrativi, dedicando una larga digressione all’occupazione spagnola e alla tortura degli eretici fiamminghi, non disdegnando quadri di veridica crudezza, come il cadavere di un giovane, divorato dai corvi.
Acquistato in 55 paesi, I colori della passione arriva anche in Italia grazie alla coraggiosa scelta di CG che lo distribuirà nelle sale in 20 copie.
Luca Ruocco
Regia: Lech Majewski
Con: Rutger Hauer, Charlette Rampling, Michael York
Uscita in sala in Italia: venerdì 30 marzo 2012
Sceneggiatura: Michael Francis Gibson
Produzione: Malgorzata Domin, Piotr Ledwig
Distribuzione: Cecchi Gori
Anno: 2011
Durata: 97’