Cinema giapponese: questo sconosciuto. Già, perché nonostante il sol levante sia da tempo frontiera cinefila frequentata e assai studiata, tanto nella sua accezione autoriale quanto nelle sue prospettive di Genere o mainstream, persiste in essa una risacca di cognomi più o meno noti, tutt’ora ai margini dell’italica considerazione critica: spesso vittima del fanatismo legato alla moda dell’ultima ora, ma raramente sensibile alla curiosità di indagare la provenienza di quelle immagini che tanto colpiscono.
Percorsi coraggiosi su sentieri nei quali vale la pena avventurarsi, comunque consci del fatto che l’eventuale meta difficilmente combacerà con un definitivo punto d’arrivo, ma al contrario rappresenterà un nuovo, e caso mai più preparato, step di partenza.
Beniamino Biondi condensa, in 130 pagine appena, la sua personale ricostruzione dello sperimentalismo nipponico dei sixties: Takahiko Iimura, Yoji Kura, Nobuhiko Obayashi, Katsu Kanai, Kazuo Hara sono i cognomi utilizzati per decifrare artisticamente quella zona d’ombra capace di conquistarsi credibilità nonostante giocasse al cinema con regole diverse rispetto a quelle pianificate dai colossi produttivi Shochiku e Nikkatsu, ovvero i brand cinematografici che hanno rispettivamente marchiato i momenti migliori di cineasti del calibro di: Oshima, Yoshida, Shinoda, Inamura e Suzuki.
Ciò che colpisce del saggio di Biondi è la struttura, un “piano militare” finalizzato in principio ad introdurre il contesto trattato, così da accogliere nel migliore dei modi anche il lettore/spettatore meno smaliziato e avvezzo a certe derive, e secondariamente suddiviso in “microporzioni” ai limiti del monografico, all’interno delle quali ogni autore trova non solo la sua collocazione artistica, ma viene persino ritratto da un punto di visto personale, che oseremmo definire quasi umano. Rotto il ghiaccio con i precedentemente citati Takahiko Iimura, Yoji Kura, Nobuhiko Obayashi, Katsu Kanai, Kazuo Hara, l’autore di Giappone Underground si cimenta con le carriere di quelli che, capitolo dopo capitolo, si trasformeranno nel vero e proprio fulcro saggistico della sua fatica. Koji Wakamatsu, Yukio Mishima, Toshio Matsumoto e Shuji Terayama, si trasformano così nelle password di celluloide atte a decifrare e il periodo in questione, e le intenzioni critiche di Biondi, che così facendo concretizza e giustifica l’origine intuitiva e del tutto personale del volume. Ne emerge l’innegabile fascino di un sottobosco produttivo mai domo e in grado di osare, capace di frequentare forme di rappresentazione tra loro diverse [vedi l’animazione] e parallelamente riflettere con e su i linguaggi del cinema sfiorandone l’estremo [sessualità e violenza].
Giappone Underground ha il merito di travalicare registi da queste parti, tutto sommato, tenuti in considerazione come Koji Wakamatsu, spingendosi fino all’illustrazione/rivalutazione [?] di cognomi ai più meno conosciuti, come, appunto, Yukio Mishima, Toshio Matsumoto e Shuji Terayama. Quello di Biondi è un prezioso bignami, un’energica spolverata alla memoria di autori e opere che, altrimenti, rasenterebbero il dimenticatoio.
Luca Lombardini
Autore: Beniamino Biondi
Editore: Edizioni Il Foglio [www.ilfoglioletterario.it]
Pagine: 130
Illustrazioni – Foto: Sì
Costo: 14,00 €