Era inevitabile che dopo il successo di Qualunquemente il noto cabarettista Antonio Albanese si sarebbe fatto venire l’idea per un sequel, un proseguimento che vorrebbe ampliare il discorso sulla politica italiana di oggi, con la satira graffiante mostrata nel primo film portata a livelli più estremi.
Ovviamente dietro al timone di regia di questo Tutto tutto niente niente troviamo di nuovo Giulio Manfredonia e, preso da alte dosi di ispirazione satirica, Albanese stesso interpreta non uno ma ben tre personaggi [un po’ come aveva fatto con un suo film precedente, La fame e la sete]; infatti, oltre al già rodato Cetto La Qualunque, stavolta il comico ricopre i ruoli di un suo cavallo di battaglia, qua riveduto in stile figlio dei fiori, Frengo Stoppato, e una nuova sagoma tragicomica settentrionale, il leghista Rodolfo Favaretto.
La trama che coinvolge questi tre personaggi narra del bisogno della nostra politica di vedere i tre personaggi in campo, chiamati in causa da un laido sottosegretario [Fabrizio Bentivoglio], al servizio di un “ingordo” presidente del consiglio [Paolo Villaggio], giusto per coprire quei buchi che servono a rendere credibile un governo poco affidabile.
Insomma, a differenza del precedente Qualunquemente, stavolta ci si muove su un canovaccio vero e proprio, pretesto per mettere in scena il peggio della nostra Italia, in quanto ad attività politiche, escort, clandestini sfruttati sul lavoro, liberalizzazione delle droghe, il mondo della religione, e così via.
Stavolta Albanese, con buona parte del suo co-sceneggiatore Piero Guerrera e dei collaboratori allo script [Manfredonia stesso più l’accoppiata Andrea Salerno ed Enzo Santin], non ne risparmia a nessuno, mettendo alla berlina tutto ciò che c’è di scandaloso oggi, e forse anche domani, nel nostro Belpaese.
E mai satira fu più azzeccata, perché Tutto tutto niente niente, oltre ad avere il pregio di allontanarsi dal suo capostipite Qualunquemente, riesce a vivere di aurea propria, senza dover cercar paragoni diretti.
Manfredonia ed il suo protagonista [ma più ancora forse il produttore Domenico Procacci] non badano a spese; puntano lo sguardo su una comicità anni ’70 e con l’utilizzo di tecnologie attuali riescono a far interagire i tre protagonisti anche assieme, collegando così bellamente la comicità grossolana di una volta con il linguaggio di oggi, strizzando l’occhio a più non posso verso l’universo fantozziano [non per nulla c’è anche Villaggio] grazie a quella descrizione della politica cialtrona di oggi [geniale l’utilizzo di costumi e scenografie da antica Roma per i nostri “onorevoli”].
Albanese, mattatore a tutti gli effetti, sembra trovare grinta e voglia di denunciare con molta parsimonia qua, alza il tiro e crea gag esilaranti già di per se cult [lo shock di La Qualunque, il discorso sulla famiglia di Frengo, la morte bianca sul lavoro occultata da Rodolfo], affondano le unghie sull’immoralità generale in cui vive la società italiana attuale.
E non basta ripetere a se stessi “è solo un film” per prendere le distanze da ciò che Tutto tutto niente niente mostra, perché questa, purtroppo, è la realtà.
Mirko Lomuscio
–
TUTTO TUTTO NIENTE NIENTE
Regia: Giulio Manfredonia
Con: Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Lorenza Indovina, Lunetta Savino, Paolo Villaggio
Uscita in sala in Italia: giovedì 13 dicembre 2012
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Piero Guerrera con la collaborazione di Giulio Manfredonia, Andrea Salerno, Enzo Santin
Produzione: Fandango, Leo
Distribuzione: 01distribution
Anno: 2012
Durata: 90’