Se ne erano perse le tracce dal 2010, fino all’improvvisa ricomparsa sugli schermi del Taormina Film Festival 2012. Tanto è durato il percorso di ricerca di una distribuzione per Amaro Amore, opera prima di Francesco Henderson Pepe, che approda nelle sale nostrane a partire da giovedì 23 maggio 2013 in una ventina di copie grazie alla partnership tra Cinecittà Luce e Third Corporation Dreams. Una ricerca durata tre lunghi anni, che si va ad aggiungere all’altrettanto lunga gestazione creativa [ci sono volute diverse versioni della sceneggiatura prima di arrivare a quella definitiva] e produttiva che ha tenuto occupato il regista per un periodo piuttosto considerevole. Va dunque riconosciuto, al di là dei pregi [si contano sulle dita di una mano] e dei difetti [non ne bastano due di mani] riscontrabili nella pellicola, il merito al regista di non avere mollato la presa.
Resistenza e pazienza a parte, caratteri oramai imprescindibili per chi cerca di fare cinema in Italia, il film nel suo complesso palesa una serie di limiti strutturali e drammaturgici piuttosto evidenti, nascosti alla meno peggio fino alla scena della mostra delle tele realizzate da Linda, che rappresenta il vero e proprio spartiacque dell’operazione, che da quel momento in poi perde pezzo dopo pezzo consistenza fino a sgretolarsi.
La pellicola lascia nello spettatore l’amaro citato nel titolo, ma non esattamente lo stesso sapore che gli autori attribuiscono agli amori che animano il plot. Non si tratta, infatti, di sentimenti legati a un ricordo o a un rimpianto per ciò che avrebbe dovuto essere e non è stato, bensì di un gusto che non piace particolarmente a chi lo ha assaggiato. Amaro Amore è di quelle opere che inseguono senza fare mai propria la catarsi dello spettatore, che dovrebbe in qualche modo identificarsi in questo o quel personaggio, in questa o quella condizione emotiva, in questa o quella situazione, ma che a conti fatti finisce con il perdersi nei precari equilibri di uno script che non riesce a fare coesistere, veicolare e trasmettere, il tutto.
Il plot ci porta al seguito di André e Camille, due fratelli poco più che adolescenti provenienti dalla Bretagna, arrivati per un soggiorno estivo nella piccola Salina, un lembo di terra paradisiaca, circondata da un mare che custodisce antiche dicerie e pregiudizi e da una natura che impareranno ad amare. La loro presenza modifica il percorso di crescita e il destino di Santino, un giovane isolano che scopre un lato di sè a lungo ignorato, anche per colpa di una madre misteriosa e ossessiva.
Sinossi alla mano, viene quasi istintivo il richiamo al cinema di Crialese, soprattutto per certe dinamiche [il rapporto conflittuale tra Santino e sua madre che ricorda Grazia e il suo primogenito di Respiro] e atmosfere rievocate [l’isola come microcosmo sorretto da ideologie, comportamenti, legami e pensieri arcaici, oltre a manifesti atteggiamenti di chiusura e diffidenza nei confronti dello straniero che ritroviamo anche in Isole di Chiantini], ma anche al The Dreamers di Bernardo Bertolucci, quando si tratta dell’intreccio che si viene a creare nel terzetto protagonista [fratello e sorella e il terzo incomodo di turno].
In Amaro Amore tali ingredienti servono a costruire una storia sulla difficoltà d’amare e di prendere decisioni, che almeno dal punto di vista dello spettatore non ha nulla di personale, inedito e originale. Tutto contribuisce a trasferire sullo schermo una minestra riscaldata dall’inconfondibile retrogusto del già visto, che ruota attorno a un baricentro fatto di rapporti platonici, omosessuali, incestuosi e generazionali, che si limita a mostrare, senza approfondirlo ed esplorarlo, lo spettro possibile delle dinamiche affettive e amorose.
L’architettura che sorregge l’esile scheletro narrativo cede a causa della ridondanza degli eventi, di snodi narrativi che si reggono per grazia divina, di dialoghi troppo carichi e artificiosi, di personaggi schematici e scarsamente delineati incapaci di sorreggere e assecondare il ruolo che la storia stessa attribuisce a ciascuno di loro. Il ritratto che ne viene fuori è uno spaccato della vita di questi ultimi, mai in simbiosi e inspiegabilmente distaccato dall’identità dell’isola nella quale tutto questo si consuma: si vede il mare ma manca il sapore di sale, e non si avverte l’odore di pesce, ma solo l’incapacità di una piccola comunità di accettare la diversità. Pepe trascende le componenti sociologiche e antropologiche, evita suggestive quanto necessarie riprese subacquee, che nel cinema di Crialese si fanno metafora di un sogno di libertà e di purificazione. A questo, il regista preferisce mescolare senza soluzione di continuità dramma e melò, cucendo al di sotto della superficie una flebile e prevedibile linea gialla che non basta a tenere insieme le tessere dell’intero mosaico, al quale mancano un numero considerevole di tasselli per raggiungere quantomeno la sufficienza.
Ciò che resta sono i paesaggi mozzafiato e i belli scorci offerti da uno stupendo lembo di terra delle Eolie circondato dalle acque [a riguardo consigliamo la visione di Fughe e approdi di Giovanna Taviani], che la fotografia e la perfetta scelta delle focali di Fabio Zamarion [lo stesso di Respiro] regalano all’occhio di quello stesso spettatore che, per evitare di ascoltare i dialoghi messi in bocca agli interpreti [sul cast preferiamo non pronunciarci], è stato costretto dopo una manciata di scene a tapparsi le orecchie.
Francesco Del Grosso
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AMARO AMORE
Regia: Francesco Henderson Pepe
Con: Ángela Molina, Yorgo Voyagis, Malik Zidi, Lavinia Longhi, Francesco Casisa, Aylin Prandi, Piero Nicosia, Maylin Aguirre
Data di uscita in Italia: giovedì 23 maggio 2013
Sceneggiatura: Francesco H. Pepe, Debora Alessi, Ilaria Iovine
Produzione: Third Corporation Dreams, Rai Cinema, A Movie Productions
Distribuzione: Cinecittà Luce, Third Corporation Dreams
Anno: 2010
Durata: 99’