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FINAL PORTRAIT: Conferenza stampa con Stanley Tucci

stanley-tucciAttore, regista, sceneggiatore, Stanley Tucci è senza dubbio una personalità poliedrica e affascinante dell’attuale panorama cinematografico. Noto interprete di pellicole hollywoodiane come Hunger Games, Il diavolo veste Prada o Amabili resti [per il quale ha ricevuto una nomination all’Oscar] è tornato dietro la macchina da presa dopo dieci anni d’assenza con il delicato Final Portrait. Biopic intimo e raffinato sull’artista italosvizzero Alberto Giacometti che negli anni 60 s’impose con il suo stile personale e visionario.

Stanley Tucci ha presentato il suo film alla stampa italiana a Roma e noi eravamo lì.

Qui di seguito il nostro report.

[InGenere Cinema]: Come mai ha preferito concentrarsi solo su di un episodio della vita di questo artista?

[Stanley Tucci]: Non credo nei biopic, troppo spesso si riducono ad una lista di eventi che dovrebbe raccontare una vita intera, ma spesso non riescono a cogliere il significato di quell’esistenza. Preferisco concentrarmi su un particolare che ci permette di raggiungere l’universale. Un momento capace di catturare l’essenza e di restituirla al pubblico.


[InG]: Le sarebbe piaciuto interpretare Giacometti?

[ST]: Ci ho pensato, ma ho escluso questa possibilità perché temevo che il film ne avrebbe risentito. È molto complesso dirigere ed interpretare. Mi è capitato in passato, ma era più giovane è più incosciente.


[InG]: Che rapporto ha con l’arte contemporanea e come questo è cambiato a seguito di questo film?

[ST]: Sono cresciuto in una famiglia d’artisti. Mio padre dipingeva e insegnava arte al liceo. Inoltre, ho viaggiato molto da ragazzo anche in Italia, abbiamo vissuto con la mia famiglia due anni a Firenze, ad esempio, dove mi sono innamorato del Risorgimento. Ho sempre respirato arte e questo film è l’ennesima testimonianza del valore che ha nella vita.


[InG]: Com’è stato lavorare con Geoffrey Rush, interprete magnifico del suo Giacometti?

[ST]: Magnifico. Geoffrey ha avuto due anni di tempo per prepararsi. Il tempo di trovare i soldi per realizzare il film. In seguito, abbiamo montato il film come una pièce teatrale, non pensando alla macchina da presa. Geoffrey si è reso molto disponibile a comprendere l’instabilità emotiva di Giacometti, il quale si abbandonava spesso a scatti di ira tipici del suo carattere, oltre che a fare molta pratica con la pittura. Non avrei mai potuto sperare di meglio.


[InG]: Come giudica il rapporto tra Giacometti e il suo modello, interpretato da Armie Hammer? C’è del sadismo, o sbaglio?

[ST]: Sadismo e masochismo fanno parte di qualsiasi processo creativo. Ho provato a raccontarlo esattamente per quello che è stato: un rapporto d’amicizia interessato, nevrotico e complesso.

[InG]: Giacometti era ossessionato dalla perfezione. Qual è il suo rapporto con essa nell’ottica di un artista con la sua opera?

[ST]: Ogni artista ha questo tipo di ossessione, quindi anch’io ne soffro. Tuttavia, la mia ansia, nevrosi e voglia si concentra maggiormente sul raggiungimento del vero, più che della perfezione. Conosco questa sensazione, dunque, e mi relaziono con essa costantemente ed è ciò che ho provato a raccontare con questo film.


[InG]: Cosa le affascina della regia e come sceglie i suoi progetti?

[ST]: Ciò che mi spinge è il desiderio di raccontare una storia esattamente per come la ho in mente. Faccio pochi film per diversi motivi, non ultimi quelli economici, quindi può passare molto tempo tra un film e l’altro, come in questo caso. Perciò, è molto importante per me che sia una storia che sento e che desidero raccontare, in quanto la fatica è tanta e deve davvero valerne la pena.

Paolo Gaudio

Roma, gennaio 2018

InGenere Cinema

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